La vita è il mio viaggio. L'amore ne è meta, bagaglio, percorso.



PoesieRacconti

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venerdì 18 giugno 2010

Da "LA META' DI CREDERE"


SEIF

Un giorno Priscilla è scomparsa.
Era un giorno, come tanti altri.

Anche quel giorno mi sono svegliato all’alba. La mia sveglia il canto del gallo, come sempre.
Qualche filo di luce si intrufolava nella stanza, passando dagli infissi sgangherati.
Ho aperto gli occhi, e lei non era accanto a me, nel letto.
«Forse oggi doveva uscire prima, e si è scordata di dirmelo... » ho azzardato. E sono sceso in cucina, a cercare un biglietto che non c’era.
«Forse me l’ha detto, e sono stato io a scordarlo... » ho pensato. E intanto fiutavo l’aria, cercando l’aroma del suo caffé, invano.
Niente caffé. Solo amaro, ma nella mia bocca.
«Forse era in ritardo, e aveva fretta... » ho concluso, semplicemente.

Lei non c’era.
Non so perché, non gli ho dato peso.
Ho preparato e bevuto il caffè, mi sono lavato, vestito, pettinato. Il pullman dei pendolari era già passato, facendo stridere le gomme sull’asfalto, come sempre.
Sono uscito, ho inforcato la mia bicicletta.
Poi ho pensato a qualcosa; non ricordo a cosa, ma non a lei.
Lei era con me ogni mattina, e ogni sera.
Non quella mattina; ma l’avrei trovata a casa la sera, rientrando dopo una gratificante giornata di lavoro. Non potevo pensarla. Lei non era ancora, un ricordo.
Quella sera però, salendo le scale, devo essermelo chiesto. Chissà se sarà ad aspettarmi, alla porta. Col sorriso in volto, il grembiule in vita, i riccioli un po’ scompigliati, le guance arrossate dal calore dei fornelli...
Chissà.
Salivo le scale, con un’ansia improvvisa nello stomaco. Di rivederla. E un nodo di paura da sciogliere, in gola. Doloroso.
Salivo piano, perché il fiato mi mancava; e rumorosamente, per essere sicuro che mi sentisse. Ma non c’era nessuno, alla porta.
Ho preso le chiavi, nella tasca interna del giaccone. Ma qual’era quella giusta, non c’era, non la trovavo. Un po’ per la vista offuscata, un po’ per il tremore alle mani...
Eccola.
Ho aperto la porta, ho cercato l’interruttore alla mia sinistra, ho acceso la luce. La nostra bella casa.
Ho richiuso l’uscio alle mie spalle, mi sono sfilato il giaccone, l’ho appeso al chiodo dietro la porta.
Faceva freddo, la stanza era troppo vuota. Lei non c’era, e la stanza appariva così spoglia!
Non che ci fosse qualcosa di diverso.
Non ci sono mai stati quadri, né foto, appesi alle pareti. Non ci sono mai state tende, alle finestre; né soprammobili, o inutili cianfrusaglie. Solo un divano, una vecchia madia, un vaso cinese vuoto; il camino, un cesto per la legna, la TV su un tavolino basso. E una mensola, sulla parete bianca, proprio di fronte all’ingresso. Con qualche libro, vecchio e impolverato. Chissà da quanto erano lì, quei libri. Ingialliti, puzzolenti, forse mai letti.
C’era anche una bambola, sulla mensola coi libri.
Una bambola bionda di porcellana, con grandi occhi verdi di vetro, e una palpebra abbassata a metà. Un bel vestitino a fiori, le scarpine lucide, il cappellino bianco ingiallito con la tesa orlata di pizzo.
Era lì da così tanto tempo, che ormai non la vedevo più.
Non la guardavo mai, ma quella sera era lei, a guardarmi.
«Siamo rimasti soli, io e te... » voleva dirmi.
Vero. Eravamo soli.
Ho sentito un brivido, lento, salirmi su per la schiena. E poi irradiarsi alle braccia, alle gambe, alle mani, ai piedi. Faceva freddo, e quel freddo mi paralizzava.
Ma la mia fronte era calda, e le mie tempie pulsavano impazzite. I miei pensieri correvano, e fuggivano, non potevo fermarli. Li sentivo gridare e strepitare, nella mia mente. Ma non capivo, cosa dicessero. Non erano voci chiare, gridavano tutte insieme, facevano un gran baccano. E gridando e strepitando riuscivano a materializzarsi, a librarsi nell’aria, leggere.
Potevo vederle, quelle voci; avevano un corpo, erano materia. Le vedevo davanti ai miei occhi e non potevo fermarle, ascoltarle, capirle.
Le loro parole oscillavano, in una strana danza. Alcune cadevano, altre salivano più in alto; come lapilli di cenere, che volteggiano frivoli e inconsistenti sulla fiamma scoppiettante di un focolare acceso.
Ed io restavo fermo, impotente; a veder danzare i miei pensieri ribelli, impazziti. E a guardarli sfumare nell’aria immobile, in una lenta dissolvenza; senza che fossi riuscito a fermarli, ascoltarli, capirli.
...
Poi più nulla.
Silenzio.
Mi sono voltato, verso la mensola dov’era la bambola.
L’ho guardata, con uno sguardo che doveva essere impietrito; e una domanda, negli occhi. Perché. Perché?
Lei mi guardava triste; coi suoi grandi, luccicanti occhi verdi e una palpebra abbassata a metà.
Si limitava a guardarmi, come non ci fosse niente da dire, o da fare, o da pensare. Non poteva o non voleva, rispondermi.
...
C’era solo un gran silenzio, dopo tutto quel baccano.
Mi avevano abbandonato anche loro, i miei pensieri.
Ero rimasto, definitivamente, solo.
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